Domenica 12 marzo

Alba sul Monte Sirente 2349 m – Parco Regionale del Sirente Velino
Come si evince dall’intestazione del resoconto si trattava di un’escursione in notturna.
Ce ne siamo resi conto quando siamo scesi dalla macchina, sopra Secinaro, ed una superba volta stellata ed una luna crescente già alta hanno illuminato le sagome rocciose del versante nord del Sirente.
Breve inciso. Molti avranno notato che le iniziative sociali alpinistiche effettuate in notturna (in pieno inverno), o alpinistiche invernali in genere non sono molto frequenti. Le ragioni sono molteplici e quelle riguardanti la sicurezza tutte validissime. Probabilmente i pochi che tornano da queste eroiche imprese sono troppo sconvolti da diffonderne gli esiti o subiscono tanti e tali traumi psicofisici da scegliere una diversa disciplina dilettantistica: il solarium.
Torniamo a noi, che intanto ci siamo incamminati nel bosco e, con l’ausilio di potenti lampade frontali e l’innata capacità di perderci in un monolocale disarredato, stiamo arrancando sulle pendici del monte affondando fino al ginocchio (e anche oltre, ma non dirò fin dove) in una neve fresca e traditrice. Folletti burloni ed altri spiritelli montani ci stregano di sonno e ci rallentano il cammino. Pensiamo ai nostri cari ed alle cose belle del sabato sera che abbiamo lasciato alle nostre spalle, in particolare il giallo di raidue e le risse in fraschetta con i pankabestia. Ma è il grandioso cielo stellato di stanotte che ci ispira e ci rinvigorisce. Il pensiero di un’alba fulgente sulla vetta del monte ci fa superare l’ultimo tratto di bosco, di faggi, un bosco che non finisce mai, davvero, di faggi il bosco, dal quale usciamo che sta già schiarendo, che diamine.
L’orizzonte è finalmente libero e la nostra colazione ha luogo su una terrazza rocciosa che dà sul corpo imponente del Gran Sasso. L’aria si scalda un po’ ed i primi raggi toccano le cime. La neve finalmente si compatta un poco e riusciamo a salire di un buon tratto, fino a raggiungere la base dei domi rocciosi che si ergono a sentinella dei grandi circoli glaciali che ci separano dalla cresta. Questo versante del M.Sirente, oltre ad essere più difficile e selvaggio, ha un aspetto quasi dolomitico, fortemente innevato, ripido, con torri di roccia che svettano da scarpate di detriti e morene. Davvero vale la pena di arrivare quassù… certo che un caffè…esitiamo, scattando foto e contemplando questi paesaggi da cartolina...
... come questo...
Poi, il crollo da sonno si fa sentire tutto insieme. Inoltre un canale innevato alla nostra sinistra consentirebbe una rapida discesa con la padella. Ah, la padella…Decidiamo per il rientro, causa sfinimento, con il proposito di recuperare il prossimo inverno. Il seguito è una folle corsa a valle, sporadicamente osteggiata da rami impertinenti che ci schiaffeggiano impietosi, massicci speroni e tronchi di faggio, sì, bosco di faggio, di faggio i tronchi sì, che si vanno a piantare nei nostri più sacri e reconditi avvallamenti corporei.
L’ultimo tratto che ci separa dalla strada lo percorriamo saggiando le nostre nuove potenzialità canore. In particolare i maschietti del gruppo hanno guadagnato tre ottave.
Ci vediamo in montagna.