
Trekking in Alta Val Parma
Doveva essere una piacevole passeggiata in quota tra primaverili alpeggi fioriti e placidi laghetti di montagna. Nessuno, neanche il gestore del rifugio Mariotti al Lago Santo, luogo di pernotto designato, avrebbe mai detto che ottanta centimetri di neve avrebbero ancora coperto le torbiere, i pascoli, i laghi, le valli incise e le cime alla fine di aprile… Ma andiamo con ordine.
Arriviamo in Provincia di Parma valicando dalla Toscana, al Passo Cirone, dove l’incantevole paesaggio rurale appenninico è interrotto da tre cartelli di proporzioni titaniche che campeggiano a bordo strada informando l’ignaro automobilista che si trova nella PROVINCIA DI PARMA, ovvero nella ZONA DI PRODUZIONE DEL PROSCIUTTO DI PARMA e anche nella ZONA DI PRODUZIONE DEL PARMIGGIANO REGGIANO. Probabilmente se avessimo attraversato il confine in Provincia di Modena avremmo trovato ZONA etc. etc. dello ZAMPONE DI MODENA. Fatto sta che i nativi locali sono più sciovinisti dei francesi e più nazionalisti dei baschi.
Calziamo le pedule in località Lagdei (1265 m), nel bel mezzo del Parco, ove un trafficato rifugio smista e rifocilla le varie categorie escursionistiche provenienti dal rientro domenicale. Attraversiamo i ruscelli che qui confluiscono a formare il primo corso del Fiume Parma e ci inerpichiamo in una fitta abetaia alla volta del Rifugio Mariotti (1508 m), costruito sulle sponde del Lago Santo all’inizio del secolo scorso e teatro di feroci scontri tra fascisti e partigiani durante l’ultimo conflitto bellico, come ci ricordano una targa commemorativa e lo sguardo orgoglioso del gestore. Il lago è in fase di disgelo, anche se coperto in gran parte da una calotta di ghiaccio. Passiamo tranquillamente il resto della serata nell’accogliente cornice lignea del rifugio, anche se durante la cena qualcuno, che non chiameremo Antonella per rispetto della privacy, senza malizia nasconde alla vista dei commensali La Gazzetta di Parma, uno dei più antichi e venerati periodici nazionali, molto apprezzata dal pubblico locale, gelosamente custodita in una teca per il libero, religioso utilizzo dei visitatori. Il gestore, avendone notato la mancanza, c’interpella costernato in merito alla sparizione e, nel vedere che avevamo fatto cadere in terra la sacra reliquia, lancia un’occhiata feroce a noi tutti, carica di significato, senza proferir parola alcuna…
Rifugio Mariotti
La notte il sonno tarda ad arrivare.
Al mattino ci prepariamo alla salita con una buona colazione, saccheggiando impunemente il tavolo delle torte, cosa che non migliora il nostro delicato rapporto con il padrone di casa.
Dal lago saliamo attraverso il bosco e i molti rivoli e ruscelli alle brughiere antistanti il crinale, anch’esse ancora molto coperte dalle abbondanti nevicate di quest’inverno. Ci affacciamo sullo spartiacque e guadagniamo la sommità di M. Marmagna (1852 m ). L’orizzonte si apre dalla Pianura Padana al promontorio delle Cinque Terre alle Alpi Apuane. Dicono che nei giorni più tersi da quassù si possa vedere la Corsica, e in effetti deve essere incredibile, soprattutto quando le nudiste di Porto Venere ti ricambiano il saluto.
Altaleniamo sull’alta via passando per M. Aquila (1728 m), M, Brusa (1796 m) e M. Matto (1837 m). Qui il gruppo si divide e pochi temerari decidono di arrivare al M. Sillara (1861 m), il più elevato del gruppo, alleggerendosi dello zaino, e sfidando un tratto di facile superamento in condizioni normali, reso periglioso dalla presenza di lastre di neve ghiacciata e da una deviazione alla base di alcuni pinnacoli rocciosi presenti lungo il cammino.
Attraversamento dei pinnacoli
L’arrivo in vetta è possibile solo con discreto dispendio di energie. Quando riusciamo a riunirci al gruppo, è ormai ora di tornare al rifugio. Per variare l’itinerario del ritorno decidiamo di scendere alle Capanne di Badignana, costruzioni pastorali tipiche, isolate in una valle boscosa dove sono allettati una bella torbiera e un torrente di montagna. Il paesaggio meriterebbe molto, ma tutti sono alle prese con una neve cedevole, sovrabbondante, che fiacca molto e rallenta la marcia. Di valle in valle, di valico in valico, riconquistiamo faticosamente lo spartiacque e torniamo a vedere la sagoma familiare del nostro lago (tutto questo dopo aver scommesso un bicchiere di vino su quale fosse la valle, il lago e il rifugio da raggiungere…non a caso lo chiamano Parco dei Cento Laghi…).
Rientriamo praticamente all’ora di cena, quando ormai il gestore ci aveva dato per dispersi e già affettava il miglior prosciutto, e stappava la bottiglia buona.
A rigor del vero e del merito (del gestore), un’ottima cena a base di zuppa d’orzo e polenta ci attendeva in tavola, e tutti abbiamo goduto del frutto delle nostre fatiche e della migliore cucina tradizionale della penisola. Momenti di serenità e di frivolezze cui si unisce anche il nostro ritrovato amico, che pure ci perdona il furto indebito del quotidiano e della torta.
La serata trascorre in simpatia, si mesce il vino, l’ora s’attarda… e un malcapitato commensale, in un momento di debolezza, che chiameremo Monia per bastardaggine congenita del redattore, si lascia sfuggire un apprezzamento comparativo a favore dei salumi modenesi piuttosto che parmensi. Non ci sono parole per descrivere pienamente le conseguenze di una simile affermazione di fronte ad un pubblico di parmensi sciovinisti.
Diremo solo che siamo tornati a valle, il mattino seguente, serbando un ricordo pieno di queste giornate, delle sensazioni tattili e spirituali, della comprensione intrinseca degli elementi e dell’assoluta certezza che il Prosciutto di Parma non è paragonabile a qualunque altro salume al mondo.
Questa certezza non è in discussione, come la deviazione a Porto Venere sulla via del rientro.
Ci vediamo in montagna.