
Monte Viglio – Parco Regionale dei Monti Simbruini
Due giorni di sole e molta neve. Partendo da Roma si vede l’Appennino completamente imbiancato, la strada si borda di cordoli ghiacciati da Piglio in su. Decidiamo d’invertire l’ordine del viaggio affrontando il Monte Viglio 2156 m in mattinata e rimandando l’ascesa al Monte Tarino 1959 m e la valle delle sorgenti dell’Aniene al giorno dopo. Al valico di S.S.Antonio ci intabarriamo a puntino e, zaino in spalla, ci incamminiamo in un bosco di faggi e cristalli di neve. Affondiamo al ginocchio nella neve polverosa, fresca di pochi giorni, caduta abbondante nelle valli boscose di queste montagne. Si accumula e si stratifica fino a maggio inoltrato, quando dal bianco spuntano i primi crochi, per tornare a valle con ricche risorgive d’acque limpide e freschissime, conosciute e captate in epoca romana, tutt’oggi portate a Roma dall’acquedotto del Simbrivio.
Lentamente raggiungiamo il limite del bosco e le pendenze aumentano. Federico bofonchia frasi incomprensibili in un idioma sconosciuto, le cui uniche radici indoeuropee note sono “nano” e “ma perchè non sono alto un metro e novanta”. L’orizzonte si allarga ai gruppi vicini: Ernici e Marsia, in lontananza il Velino, la Maiella, il Matese, il Parco Nazionale d’Abruzzo, sono tutti coperti fino a valle da una coltre bianchissima. Il vento freddo ha spazzato il cielo, qualche nuvola si affaccia in un blu intenso. Ci saranno due metri di neve sotto di noi, le cornici sui crinali si affacciano pericolosamente oltre le rocce, grosse lingue carnose che invitano al passaggio. Il gusto del proibito in queste occasioni si limita al cioccolato ed alle giarrettiere di pizzo, quindi lasciamo rispettosi margini nei tratti in cresta.
Domi di ghiaccio e placche vetrate ci invitano all’uso di ramponi e piccozza, un passo alla volta raggiungiamo la conformazione rocciosa denominata “Il Gendarme”, una torretta di roccia che in estate si attraversa con relativa semplicità con passaggi di roccia in appoggio, ma essendo interamente coperta di ghiaccio e non avendo provveduto alla stipula di una congrua polizza assicurativa, decidiamo di aggirare il blocco alla base.
Finiamo in una nuvola pomeridiana, e l’ultimo tratto che ci separa dalla cima lo percorriamo in una fitta foschia. Dalla vetta si gode un panorama eccezionale: a pochi metri da me c’è una bellissima donna vestita di soli veli, ed un nobile servitore si inchina a lei per porgerle uno scettro regale... Mi avvicino e guardo meglio: un crocifisso coperto di ghiaccio si erge sulla cima, ai suoi piedi Fabio si è accasciato protendendo la piccozza in alto con esultanza. Scendiamo pochi minuti dopo, dopo aver atteso invano una schiarita serale o l’avvento della regina delle nevi.
A balzelloni scendiamo a valle, fino a raggiungere Fonte della Moscosa, il cui fontanile risulta sommerso da un paio di metri di neve. Con illuminazione artificiale raggiungiamo il valico e la macchina. Si riparte alla volta di Campo Staffi dopo aver fatto scendere dallo zaino i pinguini e staccato a martellate lo zoccolo di neve dai ramponi.
Fabio e Cristina al bivacco ceraso...
Raggiungiamo nottetempo il bivacco del Ceraso, scendendo da Campo Staffi per le fitte ed oscure (perché è notte) faggete di Campo Ceraso, anch’esse abbondantemente innevate. Il bivacco in questione è una struttura a due piani immersa nel nulla più assoluto, inutilizzata in inverno per via delle rigide temperature cui è soggetta la valle, ma sempre aperto per consentire ai malcapitati e rarissimi avventurieri di trovare conforto di fronte al suo prodigioso caminetto. Inutile dire che abbiamo tentato inutilmente di riscaldare quella stamberga con ogni mezzo, provocandoci un principio d’intossicazione, congelamento alle punte dei piedi, e la più totale insonnia. Tuttavia, grati del ristoro goduto, al mattino ci siamo attardati nel ripristino della scorta di legna e nella pulizia dell’ambiente, così come educazione vorrebbe.
A causa dei disagi notturni il gruppo decide di rimandare l’ascensione al Monte Tarino e di limitarsi alla discesa di valle Forchitto, lungo itinerario che attraversa tutto il campo e porta alle sorgenti dell’Aniene, per poi seguirne il corso fino in località Fiumata, dove giungiamo digiuni dopo aver superato muri di neve (il termine “ciaspola” ha per noi una valenza carica di rancore), lastre di giaccio e guadi su torrenti in piena.
Tanti e tali sacrifici non potevano che essere consolati in una trattoria di Filettino la cui mescita fosse adeguatamente provvista.
Ci vediamo in montagna.