Il rientro in Continente è più duro del previsto: ho ancora negli occhi il blu intenso del mare, il verde dei germogli emergenti, il bianco sfavillante della roccia, l’emozione dei panorami dall’alto, il cielo stellato. Ed in mio soccorso arriva Flavia, che in un attimo mi trascina negli ambienti che amo, a chiudere un cerchio sulla cartina che era ancora rimasto spalancato. Senza esitazioni sono già pronta, con l’unico entusiasmo di andare...anche con sconosciute genti. Due giorni nelle bellezze aspre alle pendici della Maiella, nella Valle dell’Orfento, in quella zona riservata solo alle selvagge presenze, alla rusticità dell’ambiente, all’abbandono dell’antropizzato.
Con le dovute autorizzazioni in mano affrontiamo, Federico il grande, Federico il piccolo, Gaetano, Mauro, Flavia ed io, ciascuno al proprio passo, lo splendido Vallone del fiume Orfento, angolo incantato di chiare, trasparenti e chète acque, che in brevi tratti si rivoltano, ondeggiano schiumanti come a voler risalire il fiume, si inforrano, cascano, precipitano, abbandonandosi alla forza di gravità e al loro continuo movimento. Insieme di particelle limpide che custodiscono la vita delle trote, delle salamandre e dei girini, gocce vitali che alimentano cascate del discendente capelvenere, delle molteplici felci, della piccola, ma rigogliosa, cedracca.
E ai bordi del torrente, con noi, lo stesso fluire della vegetazione, nel verde che predomina, insieme al giallo, alle foglie di ogni dimensione, in un tenue risveglio primaverile, alimentato dai gentili fiori di campanule, ranuncoli, ginestre, leguminose, ogni sorta di silene, ortica. E negli anfratti più remoti, le bacche del pungitopo e l’azzurra Genziana.
Lo sguardo corre alle sovrastanti pareti rocciose, grigie e aranciate, calcare ora friabile, ora compatto a formare tetti irragiungibili ed insormontabili, pareti circondanti la maestosità di quell’ambiente in continuo rinnovamento, a garantire un raccoglimento ed un’essenzialità di cui oggi siamo alla ricerca, deviando in accordo il nostro già lungo cammino.
La nostra mèta è a Piana Grande, sotto le pendici del Blockhaus, nello “stazzo di Caramanico”, in compagnia delle salsicce di Federico il piccolo, pane, marmellata, e fuoco ristoratore. Ma scopriremo più tardi che il modesto banchetto si arricchirà e si impreziosirà di altri gustosi alimenti.
L’avanzare tranquillo della nostra andatura ci permette di chiacchierare e godere dell’ambiente, anche se a tratti le caduche foglie di faggio rallentano il passo, nascondendo come tesori sassi scivolosi, o facendo affondare le nostre stesse ginocchia. Il caldo e l’umido ci sovrastano abbondantemente; d’altronde la ricchezza di quella vegetazione non può non garantirsi la sua linfa vitale, e noi con lei.
All’Eremo di S. Onofrio ci rifocilliamo, contemplando le impressionanti boscose coste delle rave che scendono dal Pescofalcone e dal M. Rapina: tagliate nel cuore da slavine e valanghe regalano il disegno dei loro piramidali contorni. In attesa del disperso Mauro, studiamo il percorso: ‘una piccola deviazione di 250 metri a visitare l’Eremo di S.Giovanni, risaliamo il fondo valle di un torrente, non ci si può sbagliare, ci teniamo in quello centrale, e poi, dovrebbe essere lì, la cartina non mente, è ben tracciato!’.
La perplessità di Mauro, che nel frattempo ha ritrovato la spiritualità, al pari di segni e bolli esattamente nella direzione opposta di dove abbiamo deciso di andare, non riesce a smuovere le nostre convinzioni, e quindi, dopo aver immortalato un giovane e scintillante ramarro verde, riprendiamo il cammino, esortati dalla piccola avventura, sconosciuta, ma gradita se ci farà risparmiare un pò di dislivello.
La ricerca della traccia, il suo mantenimento, la perdita e la sua riconquista è terreno facile per Flavia e me; ancora più facile è per Federico il grande (e grande lo diventerà molto presto!) che zompetta di qua e di là sotto le pareti, a mettere punti sul telematico strumento per confermarci che effettivamente siamo lì.
Il grave fardello comunque non frena gli entusiasmi, la ricerca del passaggio meno faticoso catalizza le forze ed una misteriosa palla colorata solleva gli animi sulla certezza del percorso.
Ma ben presto un’altra evidenza fa vacillare le nostre convinzioni: racchiusi in un anfiteatro roccioso possiamo solo meditare insieme a S. Giovanni, poichè il nostro corpo non raggiungerà mai per quel cammino la sua umile dimora.
La discesa è veloce, ed il carico diventa sempre più pesante, arricchito ancor di più dalla tenacia dei nostri intenti: il pomeriggio inoltrato non placa la voglia di levarsi le scarpe davanti al camino. I pensieri di ognuno di noi viaggiano dal cospicuo dislivello ancora da affrontare, alla fame, alla fatica, al desiderio di scoprire questa Rava Avellana, a conoscere come sarà il rifugio, alla volontà di rimanere lontani dalla civiltà e dagli affannosi pensieri quotidiani.
E con rammaricanti discese, affondamenti nelle foglie, quadratini di cioccolata riprendiamo il pendioso percorso, chi con passo più baldanzoso, chi con oggettivi freni, chi in solitudine afferrerà solo in quel momento l’inadeguatezza del pesante bagaglio. Ma ancora una volta ci soccorrono le motivazioni, ed ecco che il coltellino (triplo), il sacco a pelo, il cambio, l’olio e i pomodori, passano di zaino in zaino, ad alleggerire la risalita della Rava di una prima lumaca che diventa limaccia, concentrata esclusivamente a recuperare la sua chiocciola.
Solo in discesa apprezzeremo la fatica di quel camminamento nel boscoso sfacelo di rami spezzati, alberi sventrati, blocchi di terra e radici affioranti, rami secchi, traversi e belvedere, il tutto alla luce del crepuscolo, quando, finalmente riuniti, ci dedichiamo all’ultimo pendio erboso prima della visione idilliaca del rifugio.
Ed è in questa risalita, ai bordi del bosco, che emerge in tutta la sua bellezza un’orchidea viola, maculata, a rassicurarmi della faticosa prova, ma quanto mai appagante.
La raccolta dell’acqua, lo scoppiettìo allegro del fuoco, le salsicce, la carne alla brace, materassi che garantiscono comodità al giaciglio, l’umore decisamente elevato, rischiarato da una luna quasi piena, che riflette la beatitudine del nostro stato d’animo e la bellezza illuminata delle candide scarpate dei Portoni e delle cime circondanti il M. Amaro: elementi matematici aggreganti a solidarizzare con l’ultima, gelida fatica di Federico il piccolo, sforzo che gli costerà un ritardo nella frugale ma succulenta cena.
A rendere un pò empirico il mistico pasto ci pensa il filosofo del gruppo, Gaetano, che con chiara e monacale bevanda rianima gli spiriti fino all’ascesi; a coronare il nutrimento non poteva mancare un dolce ritocco, garantito dalla favolosa marmellata del....l’imparentato di Federico il grande. Mauro non vuole essere da meno: a ‘guerreggiar’ con Flavia nella cottura della carne, ci stupirà con liquidi speciali: olio per la bruschetta ed un piacevole toccasana digestivo.
Anna e tu? Ancora in preda al ghiacciato fisico, riscaldo la mente, per garantire all’umana gente ricordi memorabili delle strenue fatiche. Vi sembra poco?
Ed il risveglio, dopo una rumorosa e contemplativa notte, appaga i partecipanti con il suo panorama: di neve, di nuvole... oscure.., di fonti, di Eremi.
Ed è alla Fonte che avviene l’ennesimo salvataggio della lumaca, recuperata dalle ghiacciate acque, tramortita ma viva, finalmente deposta sul prato germogliante, per assicurare alla sua vita il calore del percorso e la sicurezza della sua casa.
La via a ritroso è comunque una scoperta: l’attrazione del vuoto, la magia del bosco vecchio, l’emergere degli arcuati rami dalla nebulosa aria, le sprofondanti foglie celanti paurose ‘figure’ che fanno generare urli satanici, i tratti rocciosi, le forre, e ancora verde, e ancora cammino..cammino...cammino.
Ed infine, scalette e ponti ci spingono sicuri all’ultima certezza della giornata: una splendida risalita fino alla chiara birra o al caldo cappuccino: soddisfatti, stanchi, ma sicuramente contenti di aver ritrovato ognuno la propria conchiglia.
Anna