
Partecipanti alla gita
Siamo partiti da Roma alle 6:30 ant. mer. dopo aver chiarito in assemblea a che ora fossero le 6:30 ant. mer. (alcuni sostenevano fossero le 5:30). Arrivati di buon ora alla Maielletta con un superbo ciel sereno e constatata l’assenza di neve, ci incamminiamo per l’agevole sentiero che sale al M.Cavallo e di lì all’erta via che conduce al M.Focalone ed alla C.ma Pomilio . Il primo tratto si perde in una verde, compatta macchia di Pino Mugo, conifera pioniera che aggrazia le sommità del gruppo montuoso con il suo sempreverde manto. È a questo punto che il prode duce della comitiva, che per discrezionalità chiameremo Federico, propone di sua sponte una deviazione dal tracciato maestro e con sprezzo del periglio, senza proferir favella, s’inerpica nella selva di mughi e seco la compagnia si disperde nel fitto di ramaglie...
A questo punto è necessaria una piccola divagazione argomentativa, come quella di Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa” riguardo all’invenzione della bussola, solo che in questo caso la parentesi servirà a capire il resto della narrazione, e non a fare sfoggio di cultura alto medioevale.
Parliamo del Pino Mugo.
Nome comune: Pino Mugo
Nome scientifico: Pinus mugo Turra
Famiglia: Pinaceae
Identificazione: Arbusto con portamento prostrato alto al massimo 2-4 m; i numerosi e flessibili rami si dipartono fin dalla base e sono caratterizzati da fitti aghi lunghi fino a 4 cm, riuniti a due, di colore verde-cupo. La corteccia è grigio bruna a placche romboidali; sulla stessa pianta si trovano coni (pigne) maschili lunghi fino a 1 cm alla base dei rami dell'anno e coni femminili, prima verdi e poi rosso violetti, solitari o accoppiati all'apice dei rami
Ecologia: Si rinviene fra i 1800 - 2300 m oltre il limite della vegetazione arborea. Preferisce i terreni basici calcarei o dolomitici
Fioritura: Fiorisce da maggio a luglio
Interesse: È una specie protetta ai sensi della L. R. 45/79 della Regione Abruzzo. Sulla Majella è presente il popolamento più esteso dell'Appennino dove costituisce un climax relitto, con areale in passato ben più ampio e poi andatosi restringendosi a causa delle mutate condizioni climatiche intercorse negli ultimi 10.000 anni
Dovrebbe essere un arbusto contorto, sofferente per il gelo, la quota, e gli ungulati che ne mangiano i germogli, calpestato dagli escursionisti e bruciato dai pastori. Un relitto biologico dell’ultima glaciazione, per questo protetto, in lenta, progressiva, inevitabile estinzione...
Ma, a dispetto degli evoluzionisti, sulla Maiella il Pino Mugo si è adattato. Cresce forte e vigoroso oltre i quattro metri, si erge maestoso in boschetti compatti spalla a spalla con i suoi simili e sfoggia brillanti armature di rami possenti ed aghi appuntiti ben più lunghi dei 3-4 cm usuali.
Come spiegare una simile, splendida forma?
Il Mugo della Maiella ha adattato le sue abitudini alimentari: non potendo sfruttare i miseri livelli trofici del substrato roccioso, ha sviluppato tecniche di cattura degli animali a sangue caldo che occasionalmente ne attraversano il territorio. L’animale, spinto dalla fame, tenta di brucare i teneri germogli del Mugo, e si perde nella macchia. Subito i molti Mughi lo assalgono, lo graffiano, lo soffocano, lo condiscono con ginepro ed essenze aromatiche, lo insaccano. Nascono così le pregiate salsicce di camoscio e cinghiale della Maielletta.
Con l’escursionista è più facile. Carico di bagaglio, impacciato nei movimenti e costantemente sovrappeso, l’escursionista si ricopre di costosi capi di abbigliamento per sentirsi caldo e leggero durante le più rudi ed intensive attività, fa chiasso, puzza, non tenta di nascondere la sua presenza, se non è notato trova il modo di esserlo. Il mugo lo sa. Aspetta che l’escursionista penetri nella macchia e lavora d’ostruzionismo. Prima strappa i vestiti e si graffia le carni, poi prende lo zaino con le provviste, gli scarponi, i suoi aghi di pino finiscono ovunque, anche in regioni anatomiche inimmaginate. Dopo un’ora nella macchia non rimane più molto dell’infelice avventore.
A volte, ai margini del bosco, il Mugo restituisce al mondo i resti dei suoi macabri pasti: mezza giacca Berghaus, un guanto Salewa, un Victorinox arruginito...
Noi ci siamo rimasti 45 minuti.
Grati all’accompagnatore per la piacevole deviazione fuori programma, i superstiti del gruppo raggiungono il M.Focalone.
Monte Focalone
Splendida veduta di circoli glaciali e della Cima delle Murelle. Proseguiamo alla volta del bivacco Pomilio, appena sotto la cima di M.Amaro, dove arriviamo nel tardo pomeriggio. Abbiamo il tempo di sistemarci e di fotografare un nitido tramonto sulla piana di Sulmona. Sotto di noi, un mare infinito di nebbia, isole il G.Sasso ed il Velino Sirente, scogli lontani i Sibillini ed il Matese. Un silenzio lungo un crepuscolo. Una volta di stelle brillante e più vicina a farci da coperta per la notte. Cena frugale: due bottiglie di grappa, un badile di riso, carbonara, panini, salsicce, formaggio stagionato, frutta, biscotti.
Notte fonda, 1°C nel bivacco, nessuno russa tranne Fabio. All’alba la nebbia è ancora sotto di noi, compatta. Mentre l’Abruzzo è coperto, le montagne del centrappennino sono abbagliate dal sole nascente. Il tempo di un the e siamo di nuovo in cammino. Altaleniamo nuovamente fino al Focalone, deviamo sulla dx e scendiamo alla sella che ci consente l’accesso alla cresta delle Murelle, itinerario non in programma, ben inserito nel ritorno per completare degnamente questa vasta panoramica in quota del gruppo montuoso. Maurizio avvista un camoscio sulla cresta, momenti di valutazione reciproca... OK, non c’è differenza. Mangiamo in vetta.
Bivacco Pelino in cima al Monte Amaro
L’effetto della grappa comincia a svanire, i piedi fanno sentire la loro, scendiamo e rotoliamo nell’anfiteatro glaciale sotto la cresta e andiamo a ricongiungerci con un sentiero basso, che aggira il paretone dove posa il bivacco Fusco, che ci offre una spettacolare veduta sul vallone delle tre grotte. Lungo il sentiero, in corrispondenza di una cengetta, si scorge una corda fissa di ferrata: solo con molta comprensione e parole d’incoraggiamento riusciamo a farla superare a Federico, che già progettava deviazioni titaniche onde evitare il tratto tecnico.
Incolumi raggiungiamo in un percorso ad anello la Maielletta e la birreria.
Ci vediamo in montagna.